Opendot: il laboratorio del possibile

Opendot è un fablab, ovvero un laboratorio tecnologico,  per chi ha un’idea da realizzare ma non ha gli strumenti o viceversa per chi ha gli strumenti, come un’azienda, ma cerca nuove idee.  Ha aperto le porte nel 2014 non lontano dal quartiere Ortles di Milano e in un anno ha promosso interessanti progetti, collaborato con aziende come Ikea e Auchan e ospita la Fab Academy, il corso di fabbricazione digitale per maker coordinato dal MIT di Boston.

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Opendot non è l’unico fablab di Milano ma è un esempio di come la filosofia maker possa congiungere persone, dare risposte pratiche a bisogni semplici e creare valore, condividendo mezzi e conoscenze.

Fablab: maker al potere

Opendot è dunque un fablab, ma cos’è un fablab? Il fablab, dall’inglese fabrication laboratory, è  uno spazio dotato di una serie di strumenti computerizzati, come per esempio stampanti 3D, fresatrici o macchine per la prototipazione rapida, che permettono a persone normali di creare un’ampia gamma di oggetti. I macchinari sono messi a disposizione di tutti attraverso il principio partecipativo orizzontale tipico della filosofia dell’open source. La condivisione è quella del laboratorio nel quale si paga l’uso della macchina, ma soprattutto condivisione delle conoscenze e dei progetti che sono messi a disposizione di tutti attraverso internet: insomma quello che realizzo qui a Milano, potrà servire a qualcuno a Berlino e le reciproche esperienze andranno ad aumentare la conoscenza collettiva di come fare “quel qualcosa” ancora meglio.

Opendot non è un garage

Come fare (quasi) tutto, questo è il titolo del primo corso di fabbricazione digitale tenuto negli Stati Uniti da un professore del MIT, Neil Gershenfeld, che sul tema ha scritto anche diversi libri. È ancora lui oggi che tiene le lezioni della Fab Academy, corso a cui si può partecipare da remoto dalla rete globale dei fablab e a cui Opendot aderisce. Oltre alla partecipazione alla Fab Academy, Opendot promuove formazione in molte forme, non solo quella gratuita propedeutica all’uso delle macchine ma organizza anche workshop con professionisti e laboratori.

Non si deve pensare, tuttavia, a Opendot come a un garage, cioè semplicemente a un luogo dove fare bricolage. Il modello è, anzi, radicalmente diverso. Proprio perché si basa sul principio open source ha l’obbiettivo di contaminare con un metodo collaborativo anche il mondo della produzione, collaborando con quelle aziende che vogliono avvicinarsi agli utenti finali, non più visti solo come consumatori ma anche come contributori. Fantascienza? Assolutamente no. Tanto è vero che in un anno di vita Opendot ha collaborato con Ikea e con Auchan, curando per l’azienda svedese i laboratori che si sono tenuti all’interno del temporary shop installato a Milano in concomitanza dell’Expo e progettando per Auchan, insieme a Talent Garden, Sharazad e Gummy Industries, un luogo per maker chiamato Makerland. Dunque a ben vedere, forse, la contaminazione è già iniziata.

Un design diverso

Ora arriviamo al design. Proprio in virtù dei servizi che un fablab offre, come stampa 3D e prototipazione, non si può immaginare un luogo migliore dove il design possa nascere. Tuttavia il punto di forza del fablab risiede non tanto negli strumenti messi a disposizione ma nella rete di condivisione globale.

Ci sono molti casi, per esempio, nei quali ciò che si vuole progettare è fuori standard, o con funzionalità che serviranno a poche persone. Oggetti, insomma, a cui il design di massa non pensa perché la loro produzione sarebbe o poco conveniente o non realizzabile a costi bassi.

In questo caso un laboratorio digitale connesso su scala globale, permette di condividere con tutti uno stesso progetto e rispondere potenzialmente all’esigenza di molte persone. Il design non sarà quello della singola persona, della firma destinata a distinguersi nel mercato, ma del progetto che nasce per dare una soluzione pratica a una necessità concreta, condividendola, poi, con tutti. Questa filosofia di design -particolare e plurale- emerge bene nell’evento The Other Design organizzato da Opendot e volto a far conoscere le realtà che mettono in pratica questo design diverso, dove per esempio i maker co-progettano con persone con disabilità oggetti che possono aiutare nella vita di tutti i giorni.

Opendot, e più in generale il movimento dei maker, pone al mercato galoppante del design un importante spunto di riflessione: vengono prodotti tutti i giorni oggetti incredibili per materiali e forme, ma siamo sicuri che tutte queste cose servono davvero?

 

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Editor in chief at Il Design Quotidiano
Essere giornalista per me significa raccontare cose complesse in maniera semplice, descrivere con le parole, raccontare con le foto, narrare con un video, spiegare con un’info grafica. Per unire la mia passione per la tecnologia e quella per il living, ho dato vita a Il Design Quotidiano nel quale ho messo non solo i miei ambiti di scrittura, ma anche la passione per la progettazione editoriale, la cura dei contenuti, l’amore per le immagini.
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